Per la Pasqua di quest’anno ci lasciamo accompagnare dalla figura di san Francesco nell’ottavo centenario della sua morte. Essa è chiamata “transito” come espressione della fede cristiana nella vita eterna e nella risurrezione che proprio nella Pasqua noi celebriamo. Con “transito” anche la figura della morte diventa più dolce e così la realtà stessa della morte si pone nella nostra mente e nel nostro cuore come qualcosa di bello.

Accade appunto quando ci capita di assistere una persona che sta vivendo una lenta e penosa agonia. Purché tale sofferenza straziante finisca, anche la morte diventa il momento della liberazione, il momento in cui la tortura finisce. Se la vita è più simile a una tortura, la morte diventa raggio di salvezza. In questo tempo di ripetute guerre la morte torna ad affacciarsi allo sguardo delle persone e delle società come spettacolo insieme straziante e come risoluzione finale: risolvere i problemi di convivenza eliminando uno dei termini. Secondo questa visione, la morte è chiamata a fare questa dolorosa, ma necessaria scelta per togliere di mezzo il male, eliminandone uno dei soggetti che lo causa. Oppure la morte è qualcosa che è meglio non considerare o dimenticare: si vive come se non si dovesse morire mai e, quando capita che qualcuno muore, si cerca di ritualizzare il cordoglio per poi tornare alla vita di prima, con qualche aggiustamento. Questo modo di pensare la morte la considera come un evento da guardare come un panorama, oppure come un fenomeno da studiare per comprenderlo e, se si riesce, modificarlo o adattarlo. San Francesco, poco prima di morire aggiunse al suo Cantico questa frase:
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: / guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Il problema della morte non è la morte stessa, perché essa fa parte della nostra condizione. Il problema è vivere la morte lontani dalla volontà di Dio. La vita eterna perciò è la lode a Dio in ogni condizione della vita. A questa conclusione non si giunge con un supplemento di fantasia o con un approfondimento speculativo, ma attraverso una profonda unione all’atteggiamento di Gesù che vive la morte come sua “ora”, ossia come momento in cui tutto si compie. Solo così Gesù può salvare l’umanità, proprio assumendo e vivendo la morte, non evitandola. Per vivere la morte egli si offre al Padre e si pone in comunione con ogni uomo lacerato dal peccato proprio quando ogni uomo peccatore, proprio perché peccatore, lo abbandona e lo uccide. La vera morte è perciò il peccato che toglie fede, speranza e amore. Ma è proprio questa la seconda morte. Quella da cui si po’ skappare credendo in Gesù morto e risorto. Come augurio di Pasqua giunga a tutti voi l’ultima frase del cantico: «Laudate e benedicete mi’ Signore e ringratiate e serviateli cum grande humilitate». Buona Pasqua!
+ Maurizio

