Sono passati alcuni mesi dall’inizio dell’anno pastorale e della consueta formazione permanente del clero. Tra le novità introdotte quest’anno, la proposta di dedicare, all’interno dei gruppi dei presbiteri nei vari vicariati, un tempo di riflessione spirituale sulla fraternità sacerdotale, considerata nei suoi molteplici volti: dono e mistero, ma anche fragilità e ferita.
Nel Vicariato urbano, di cui faccio parte, l’iniziativa si è rivelata particolarmente interessante. Una parte dei nostri incontri è stata riservata all’ascolto di una breve meditazione proposta, di volta in volta, da uno dei sacerdoti, seguita poi dal dialogo. Non si è trattato di semplici interventi tematici, ma di condivisioni personali nelle quali ciascuno ha messo in gioco la propria esperienza spirituale, le proprie convinzioni e, talvolta, anche i propri interrogativi. Da questo esercizio è emersa una consapevolezza preziosa: quando i presbiteri condividono ciò che abita il loro cuore davanti a Dio, si genera una forma di solidarietà spirituale che supera le differenze di sensibilità, di età o di impostazione pastorale. La spiritualità, in questo senso, si è rivelata un autentico “volano”, capace di rinsaldare menti, cuori e libertà — quasi quanto il fermarsi insieme a pranzo, in un clima più disteso, dove la leggerezza e l’ironia sciolgono tensioni e favoriscono relazioni più autentiche. In questo clima si compie anche un passo indietro rispetto ad accuse, amarezze, risentimenti o delusioni che talvolta possono insinuarsi nella vita presbiterale. Ci si lascia invece attrarre da un’idealità che non nasce semplicemente dalle nostre idee, ma che riconosciamo come dono dello Spirito. La guarigione dal cinismo e dalla rassegnazione passa allora attraverso uno sguardo contemplativo, capace di andare oltre l’immediato. Viene spontaneo pensare a Giacomo Leopardi e al celebre verso de “L’Infinito”: «e mi sovvien l’eterno…». In quella memoria dell’eterno non vi è evasione dalla realtà, ma un ampliamento dell’orizzonte. L’“interminato spazio” e il “sovrumano silenzio” evocati dal poeta non sono fuga, bensì esperienza di un oltre che relativizza il presente e ne svela la profondità.
Anche per noi presbiteri, il sostare nel silenzio e nel mistero di Dio permette di ricollocare fatiche e incomprensioni dentro un orizzonte più vasto, dove tutto può essere ricompreso e trasfigurato. In questa prospettiva si comprendono meglio anche i ritiri spirituali di Avvento e di Quaresima. Quest’anno siamo stati accompagnati da Luciano Manicardi, già priore della Comunità monastica di Bose, che con la sua competenza biblica e la sua esperienza monastica ci ha guidati in un percorso di ascolto della Parola e di silenzio. Il silenzio, talvolta esigente e persino faticoso, è però lo spazio nel quale emerge la verità di noi stessi. È il luogo di un necessario “bilancio” dell’anima, che conduce con naturalezza anche al sacramento della Riconciliazione. Anche i preti hanno bisogno di riconciliazione, per continuare a servire con cuore libero.
don Gianluca Zagarese

