13 Febbraio 2026

Formazione, la difficoltà delle relazioni

Durante l’ultimo pranzo della due giorni di formazione mancava un posto, nonostante mi fossi regolarmente prenotato. Un buon motivo per reclamare per la disorganizzazione. E invece no.

LA CALMA Come una sfinge ho atteso con pazienza che venisse sistemato anche il mio posto: sono cose che capitano e non c’è motivo di allarmarsi. C’è però un “segreto” dietro questa calma inaspettata: è il frutto della due giorni di formazione del clero sulle relazioni difficili. Illuminati da don Giorgio Comincioli della diocesi di Brescia, psicologo e formatore, siamo stati accompagnati a riflettere sulle relazioni interpersonali. Una trentina di sacerdoti si sono ritrovati il 5 e 6 febbraio presso l’oratorio di Garlasco, ospiti del parroco don Mauro Bertoglio, per affrontare il tema in due mattinate. La prima parte del lavoro è stata dedicata a comprendere e riconoscere la specificità delle relazioni nel clero: relazioni non scelte, perché si entra nel presbiterio non per affinità personali ma per una comune vocazione; relazioni diverse da quelle amicali, segnate da ruoli differenti, responsabilità, visibilità e peso simbolico; relazioni che portano con sé anche una strutturale esperienza di solitudine. Successivamente sono stati messi a fuoco i fattori che rendono difficili le relazioni presbiterali: i diversi vissuti pastorali, gli incarichi e i pesi differenti, gli stili pastorali, il confronto tra successo e fallimento; ma anche i vissuti interpersonali, le ferite di stima e di appartenenza, le reazioni abituali alle situazioni comuni, oltre alle caratteristiche di personalità e ai diversi livelli di maturità affettiva.

Il lavoro è proseguito con momenti di silenzio e riflessione personale, seguiti da attività di gruppo.

IL CONFLITTO Nella seconda mattinata l’attenzione si è concentrata sul tema del conflitto, chiarendo che non è un litigio, né una mancanza di fraternità, né un segno di fallimento, ma una realtà inevitabile che nasce dall’incontro tra esigenze, ruoli e storie diverse. Il conflitto è sempre un fenomeno relazionale e spesso fa paura perché lo associamo alla rottura della comunione o alla perdita della stima di sé e dell’immagine sociale, anche a causa di un’immagine idealizzata del prete come persona sempre remissiva e pacata. Sono stati individuati tre modi di vivere il conflitto: quello evitato, che porta a non chiarire e ad aumentare le tensioni; quello ritualizzato o spiritualizzato, che sposta tutto sul piano della preghiera; e quello agito, più esplosivo, che può diventare aggressivo o sarcastico e portare alla rottura. Nessuno di questi atteggiamenti è neutro, ma tutti possono diventare oggetto di consapevolezza e crescita. Resta la consapevolezza che noi preti siamo uomini, con sogni, desideri, limiti e fragilità, chiamati però a confrontarci con gli ideali evangelici. La sfida è integrare la nostra umanità con il Vangelo, accettando anche la conflittualità come parte del nostro orizzonte esistenziale, nel rapporto tra noi, con il laicato e con un mondo che chiede una diversità autentica e credibile.

don Gianluca Zagarese

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