Durante l’ultimo pranzo della due giorni di formazione mancava un posto, nonostante mi fossi regolarmente prenotato. Un buon motivo per reclamare per la disorganizzazione. E invece no.
LA CALMA Come una sfinge ho atteso con pazienza che venisse sistemato anche il mio posto: sono cose che capitano e non c’è motivo di allarmarsi. C’è però un “segreto” dietro questa calma inaspettata: è il frutto della due giorni di formazione del clero sulle relazioni difficili. Illuminati da don Giorgio Comincioli della diocesi di Brescia, psicologo e formatore, siamo stati accompagnati a riflettere sulle relazioni interpersonali. Una trentina di sacerdoti si sono ritrovati il 5 e 6 febbraio presso l’oratorio di Garlasco, ospiti del parroco don Mauro Bertoglio, per affrontare il tema in due mattinate. La prima parte del lavoro è stata dedicata a comprendere e riconoscere la specificità delle relazioni nel clero: relazioni non scelte, perché si entra nel presbiterio non per affinità personali ma per una comune vocazione; relazioni diverse da quelle amicali, segnate da ruoli differenti, responsabilità, visibilità e peso simbolico; relazioni che portano con sé anche una strutturale esperienza di solitudine. Successivamente sono stati messi a fuoco i fattori che rendono difficili le relazioni presbiterali: i diversi vissuti pastorali, gli incarichi e i pesi differenti, gli stili pastorali, il confronto tra successo e fallimento; ma anche i vissuti interpersonali, le ferite di stima e di appartenenza, le reazioni abituali alle situazioni comuni, oltre alle caratteristiche di personalità e ai diversi livelli di maturità affettiva.
Il lavoro è proseguito con momenti di silenzio e riflessione personale, seguiti da attività di gruppo.
IL CONFLITTO Nella seconda mattinata l’attenzione si è concentrata sul tema del conflitto, chiarendo che non è un litigio, né una mancanza di fraternità, né un segno di fallimento, ma una realtà inevitabile che nasce dall’incontro tra esigenze, ruoli e storie diverse. Il conflitto è sempre un fenomeno relazionale e spesso fa paura perché lo associamo alla rottura della comunione o alla perdita della stima di sé e dell’immagine sociale, anche a causa di un’immagine idealizzata del prete come persona sempre remissiva e pacata. Sono stati individuati tre modi di vivere il conflitto: quello evitato, che porta a non chiarire e ad aumentare le tensioni; quello ritualizzato o spiritualizzato, che sposta tutto sul piano della preghiera; e quello agito, più esplosivo, che può diventare aggressivo o sarcastico e portare alla rottura. Nessuno di questi atteggiamenti è neutro, ma tutti possono diventare oggetto di consapevolezza e crescita. Resta la consapevolezza che noi preti siamo uomini, con sogni, desideri, limiti e fragilità, chiamati però a confrontarci con gli ideali evangelici. La sfida è integrare la nostra umanità con il Vangelo, accettando anche la conflittualità come parte del nostro orizzonte esistenziale, nel rapporto tra noi, con il laicato e con un mondo che chiede una diversità autentica e credibile.
don Gianluca Zagarese

