Mercoledì delle ceneri segna, ogni anno, una sorta di brusco ma salutare cambio di passo nella vita delle comunità cristiane. Dopo il tempo ordinario, la liturgia introduce in quaranta giorni che hanno il sapore dell’essenziale, e lo fa con un gesto antico, povero, quasi spiazzante: un pizzico di cenere deposto sul capo. Non c’è nulla di spettacolare in questo gesto, e proprio per questo il segno parla con forza all’uomo di oggi, abituato al rumore e all’apparenza.
Quelle parole — “Convertitevi e credete al Vangelo” oppure “Ricordati che sei polvere” — non suonano come una condanna, ma come un invito a tornare alla verità di sé, a rimettere ordine tra ciò che passa e ciò che resta. La sobrietà della celebrazione, il viola dei paramenti, il silenzio che prende il posto dei canti più festosi indicano che sta iniziando un cammino reale, non simbolico: un tempo in cui la fede chiede di tradursi in scelte concrete. La Quaresima, infatti, non è parentesi malinconica, ma occasione di libertà. La preghiera restituisce profondità alle giornate spesso frammentate, il digiuno libera da dipendenze sottili che appesantiscono il cuore, la carità riapre lo sguardo sugli altri in una stagione storica segnata da solitudini diffuse e nuove povertà. Anche per chi vive ai margini della pratica religiosa, il Mercoledì delle Ceneri conserva un fascino particolare:
le chiese si riempiono, molti tornano, forse senza parole precise, ma con il desiderio di ricominciare.
È il segno che questo giorno intercetta una domanda universale di rinnovamento, di perdono, di senso. In fondo, la cenere non è l’ultima parola sull’uomo: lo ricorda fragile, ma anche capace di rinascere. Per questo l’inizio della Quaresima non guarda alla fine, bensì alla Pasqua che si avvicina. Dentro quel gesto umile è custodita una promessa di luce, e il cammino che comincia non conduce alla tristezza, ma alla gioia sorprendente di chi scopre che Dio continua, pazientemente, a rialzare la vita e a renderla nuova.
don Carlo Cattaneo

